Da lunedì 19 a venerdì 23 aperto con il consueto orario
mattino: 9.00-13
pomeriggio: 16-19.30
Sabato 24 aperto con orario continuato:
9.00-19.00
QUANDO ERO FOTOGRAFO
Félix Nadarpp. 254 – Abscondita – Milano 2004
Prezzo di copertina € 19,00
Nostro prezzo € 13,30
Alla domanda: “Chi è il più grande fotografo del mondo?”, Roland Barthes risponde: Nadar. Basterebbe questa presentazione per generare legittima curiosità sui testi scritti da un ritrattista mitologico, come è stato definito questo impressionante catturatore di visi ed espressioni individuali. Tutti i grandi dell’Ottocento sono stati da lui fotografati, con l’esclusione di Napoleone III, di cui rifiutò sempre di fare la fotografia, malgrado le tante insistenze dell’éntourage imperiale. Il Panthéon così identificato da lui stesso parla di quindicimila scatti, qualcosa di immenso ed impressionante.
Ma il libro che qui presentiamo, e di cui suggeriamo la lettura, è scritto da Nadar, è il risultato, sorprendente ed estemporaneo, frizzante e imprevedibile, della sua parallela attività sotterranea di giornalista.
Affermava Baudelaire: “Félix Nadar è la più stupefacente espressione di vitalità. Adrien mi diceva che suo fratello Félix aveva tutti i visceri doppi. Mi son sentito geloso di lui, a vederlo riuscire così bene in tutto ciò che non è astrazione”.
Commentando le esperienze di Nadar con la mongolfiera, Victor Hugo scriveva: “L’applaudo innanzitutto per l’idea, poi per l’atto. Lei è l’uomo che, per uno scopo scientifico, neppure due mesi fa, tentava, con pochi compagni coraggiosi e un’intrepida compagna una delle imprese più audaci che mai siano state compiute. Date all’uomo il possesso dell’atmosfera, e il legame delle tenebre si scioglierà spontaneamente. Liberiamo l’uomo. Da chi? Dal suo tirannno. Quale tiranno? La pesantezza”.
L’ARTE DI ASCOLTARE LA MUSICA
Claudio Casini
pp. 210 – Rusconi libri – Milano 1995
Prezzo di copertina € 8,26
Nostro prezzo € 4,10
Uno dei misteri più grandi che abbiamo tutti più o meno a portata di mano è la musica. Essa si impadronisce di noi, ci porta con sé, addolcisce il nostro animo nei momenti di tensione e ci fa dimenticare le fatiche e le pene. A fare tutto questo sono dei suoni, suoni ottenuti mediante strumenti musicali e provocati dall’abilità di persone che si definiscono, e vengono definite, musicisti perché in possesso di tecniche di non facile acquisizione.
Ma l’ascoltatore, per capire e non soltanto limitarsi a gustare passivamente la musica, ha bisogno di particolari tecniche? Il libro di Casini risponde a questa dolorosa e annosa domanda.
L’autore precisa che non occorre sapere leggere la musica, peraltro sono ormai pochi congiurati che sanno leggere correntemente uno spartito comprendendone il suono che vi è trascritto, e non occorre nemmeno conoscere le differenze tra le varie forme musicali. Allo stesso modo, come è spiegato chiaramente in questo aureo libretto, non occorre specializzarsi in un ascolto e soltanto in quello, chi ama Wagner può benissimo ascoltare e godere della cosiddetta musica leggera, e viceversa.
Ascoltare musica significa, sempre secondo Casini, entrare in un mondo meraviglioso e perfino magico, in cui la tradizione si sposa all’innovazione senza che nessuna delle due correnti abbia necessariamente a prevalere sull’altra.
Unica condizione, diciamo essenziale, non limitarsi ad ascoltare le registrazioni, nelle varie disponibilità tecniche oggi così diffuse, ma frequentare i teatri e le sale dei concerti, senza farsi imbonire dalle mode e dalla pubblicità, dalle sponsorizzazioni e dalle imbecillità dei vari imbrattaspartiti.
In fondo si impara ad ascoltare la musica ascoltando la musica. Oltre al piacere c’è anche un quasi automatico apprendimento che viene ricordato puntualmente dal fruitore e che, alla lunga, costituisce la cultura musicale indispensabile per sempre meglio fruire dell’ascolto stesso.
pp. 210 – Rusconi libri – Milano 1995
Prezzo di copertina € 8,26
Nostro prezzo € 4,10
Uno dei misteri più grandi che abbiamo tutti più o meno a portata di mano è la musica. Essa si impadronisce di noi, ci porta con sé, addolcisce il nostro animo nei momenti di tensione e ci fa dimenticare le fatiche e le pene. A fare tutto questo sono dei suoni, suoni ottenuti mediante strumenti musicali e provocati dall’abilità di persone che si definiscono, e vengono definite, musicisti perché in possesso di tecniche di non facile acquisizione.
Ma l’ascoltatore, per capire e non soltanto limitarsi a gustare passivamente la musica, ha bisogno di particolari tecniche? Il libro di Casini risponde a questa dolorosa e annosa domanda.
L’autore precisa che non occorre sapere leggere la musica, peraltro sono ormai pochi congiurati che sanno leggere correntemente uno spartito comprendendone il suono che vi è trascritto, e non occorre nemmeno conoscere le differenze tra le varie forme musicali. Allo stesso modo, come è spiegato chiaramente in questo aureo libretto, non occorre specializzarsi in un ascolto e soltanto in quello, chi ama Wagner può benissimo ascoltare e godere della cosiddetta musica leggera, e viceversa.
Ascoltare musica significa, sempre secondo Casini, entrare in un mondo meraviglioso e perfino magico, in cui la tradizione si sposa all’innovazione senza che nessuna delle due correnti abbia necessariamente a prevalere sull’altra.
Unica condizione, diciamo essenziale, non limitarsi ad ascoltare le registrazioni, nelle varie disponibilità tecniche oggi così diffuse, ma frequentare i teatri e le sale dei concerti, senza farsi imbonire dalle mode e dalla pubblicità, dalle sponsorizzazioni e dalle imbecillità dei vari imbrattaspartiti.
In fondo si impara ad ascoltare la musica ascoltando la musica. Oltre al piacere c’è anche un quasi automatico apprendimento che viene ricordato puntualmente dal fruitore e che, alla lunga, costituisce la cultura musicale indispensabile per sempre meglio fruire dell’ascolto stesso.
L’UNICO E LA SUA PROPRIETÀ
pp. 272 – Edizioni Anarchismo – Trieste 2007
Prezzo di copertina € 9,00
Nostro prezzo € 6,30
Un libro straordinario, che mette il lettore di fronte alle scelte radicali che si impongono costantemente nella vita di tutti e che altrettanto costantemente rifiutiamo di fare fino in fondo. Un libro contro gli accomodamenti e gli accordi sotterranei con noi stessi che fissiamo con le nostre paure e le nostre viltà.
Leggendo questo libro si corre il rischio di non riuscire più a contrattare questi medicamentosi compromessi, quindi L’unico è da considerarsi, come è stato considerato da un secolo e mezzo, un libro “pericoloso” di cui si è sempre sconsigliata la lettura agli animi deboli.
La sconsigliamo anche noi.
Il dominio si nutre di tutte le nostre passioni soffocate, di tutte le cittadelle dell’illusione costruite sul senso di colpa e sulla messa in scena sociale della personalità. L’ideologia colonizza sempre lo spazio delle idee e dei desideri che non riusciamo a vivere. Ogni appello alla passività, ogni pratica che integra la morale della coercizione è un servizio reso al potere. Se la forza reale è il possesso di se stessi, qualsiasi forza subordinata all’inferiorità altrui – e tale è sempre l’autorità – non è che il rovescio dell’estraneazione. Su quel rovescio si troverà sempre il bisogno di competere, mentre il sentimento – preciso, carnale – dell’unicità non sa che farsene della competizione, perché non accetta misure al di fuori di sé. È l’uguaglianza nell’appiattimento che crea false rivalità. Non a quel tipo di uguaglianza, quindi, deve tendere la soppressione delle classi sociali, bensì all’emergere del solo conflitto autentico perché non più mediato: il gioco dell’unicità. In tal senso, quello stirneriano è un discorso di classe che sfugge al messianesimo proletario. Gli sfruttati non sono portatori di alcuna missione storica, così come il lavoro a cui sono obbligati non è la fonte di alcuna virtù. Semplicemente, essi sono contro la società nella misura in cui realizzano il proprio interesse: quello di negarsi in quanto sfruttati, cioè di creare relazioni libere dal salario e dalla gerarchia.
L’unico è stato senz’altro un mito, che di storie ne ha raccolte molte più di quanti sono stati i suoi lettori, influendo sui costumi più che sulle intelligenze. Eppure tanti che l’hanno letto o “ascoltato” tra i rumori e le mode di un’epoca, non vi hanno trovato una stupida esaltazione della violenza né l’apologia dell’inazione e dell’isolamento, e nemmeno le insidie di quella dialettica hegeliana di cui Stirner non si è mai del tutto liberato. Vi hanno trovato, al contrario, una vigoria che ha fatto tremare i re e i capi di Stato del mondo intero armando mani ribelli; che ha spinto faccia a faccia col fascismo, con lo stalinismo e con tutte le repubbliche. E questo mito, questa storia, continua a parlarmi.
Azzurro cielo
František HrubínTavole a colori di Josef Čapek
pp. 16 - Poldi Libri - Porto Valtravaglia 2008
Prezzo di copertina € 12,00
Nostro prezzo € 10,20
Azzurro cielo raccoglie poesie e immagini che nascono dalla meraviglia di due paternità: prima il poeta e pittore Josef Čapek, che per la propria figlia realizza un ciclo di tavole tutto dedicato all’infanzia; poi il poeta František Hrubín che da poco padre compone su quindici di quelle tavole altrettanti quadri poetici: la voce che mancava. Le stagioni, i colori, l’azzurro del cielo e l’azzurro riflesso sulla terra ne sono il filo conduttore.
Nient’altro si può aggiungere se non un invito alla meraviglia!
Un vero leone
Matteo Gubellinipp. 32 – Bohem Press – Trieste 2009
Prezzo di copertina € 14,00
Nostro prezzo € 11,90
In primavera arriva il circo. Arriva con i suoi pagliacci, gli acrobati e gli animali feroci. Arriva anche Martino, il leone. Ma Martino non è un leone feroce: non sa saltare nei cerchi infuocati, né ruggire e spaventare il pubblico. Per questo, Martino viene cacciato dal circo. Ad aspettarlo fuori, ci sono i bambini che lo deridono, ma c’è anche Arianna, una bambina un po’ speciale e molto coraggiosa. Ha visto il disagio di Martino e ha deciso di aiutarlo. Regala, perciò, a Martino il “nasino rosso” da pagliaccio. Truccato da pagliaccio, Martino si sente finalmente
un “vero leone”.
Una bellissima favola sul coraggio di essere se stessi.
La Costituzione
Gianni Ferrarapp. 266 – Feltrinelli – Milano 2006
Prezzo di copertina € 17,00
Nostro prezzo € 8,50
- ESAURITO -
Libro fondamentale, oggi, in un clima politico e culturale che cerca in tutti modi – nel dibattito parlamentare e nelle piazze – di proporre (e imporre) un nuovo regime. Un libro fondamentale perché fa vedere come il baluardo legale contro le nuove (e vecchie) e intenzioni dirigiste e autoritarie, rimane sempre la carta costituzionale.
In fondo uno Stato, governato nel modo più liberale possibile, è sempre attirato verso le scorciatoie autoritarie, e ciò è nella naturale logica delle cose umane e delle vicende politiche, per il semplice motivo che chi governa, spesso, si rende conto che rispettare le opinioni diverse è un grande problema e potrebbe, se non altro nell’immediato, costituire un ostacolo alla realizzazione dei propri progetti di gestione e allo stesso mantenimento del potere.
Il costituzionalismo è quindi il rifiuto della visione personale del potere, e oggi questa visione torna a cercare di imporsi, sia pure attraverso forme nuove, striscianti e non certo riproducendo modelli di un passato autoritario.
“Sino a oggi – scrive Nietzsche – si è meditato in modo pessimo sul bene e sul male, è sempre stata una questione troppo pericolosa. La coscienza, la buona fama, l’inferno, in certe circostanze perfino la polizia non hanno permesso e non permettono alcuna disinvoltura, in presenza della morale appunto, come al cospetto di ogni autorità, non si deve pensare e tanto meno parlare, qui si ubbidisce! Da che mondo è mondo, nessuna autorità ha voluto lasciarsi prendere a oggetto di critica, e criticare addirittura la morale, considerare la morale come un problema, come problematico, ma come? non era questo, non è questo, immorale? Ma la morale non dispone soltanto di ogni genere di mezzi per incutere spavento e tenere a distanza mani critiche e strumenti di tortura, la sua sicurezza sta ancora più in una certa arte dell’incantesimo, di cui bene s’intende, essa sa entusiasmare. Riesce, spesso con un unico sguardo, a paralizzare la volontà critica, ad attirarla perfino dalla sua parte, anzi vi sono casi in cui è capace di rivolgerla contro se stessa, tanto che la volontà critica, come lo scorpione, infila il pungiglione nel suo proprio corpo”.
Due nazioni. Nera e bianca: separate, ostili, ineguali
Andrew Hackerpp. 356 – Anabasi – Milano 1993
Prezzo di copertina € 24,79
Nostro prezzo € 12,40
Un libro che fa vedere come di fatto funziona il razzismo americano, valido anche oggi, nell’epoca di Obama.
In fondo i meccanismi che questo lavoro mette in evidenza non sono molto cambiati in questi ultimi quindici anni. Ma per rendere conto di questa condizione difficilmente oltrepassabile occorre avere lo sguardo libero, capace di cogliere le ragioni dei neri ma anche quelle dei bianchi. Il razzismo lo si può condannare, spesso a parole, ma non basta: occorre conoscerlo per poterlo controbattere e, alla fine, battere.
Alcune teorie razziste sono penosamente ingenue. Causano però sofferenze, o partecipano a causarle, per cui cancellano ogni riflesso di tolleranza nel concetto di ingenuità. Ciò non toglie che molte teorie, apparentemente lontane dal razzismo, sono più sofisticate e meno ingenue causando un pari carico di sofferenze e disgrazie. Diffondere le condizioni intuitive che si avvertono non è possibile con la parola.
Il genocidio, lo stupro di massa, la schiavitù, lo sfruttamento, il razzismo, ecc., sono aspetti dell’esistenza umana che sono stati sempre verniciati di aspetto scientifico, e l’aver cercato di dimostrare il contrario (uno scienziato non può essere razzista o credente?) non ha fatto altro che riconfermare l’ampia disponibilità scientifica al massacro indiscriminato (tecnologia militare docet). La tante lamentele sui pericoli di un libero sfogo dei capricci e degli impulsi momentanei hanno dato il loro piccolo contributo alla costruzione dei lager di ogni tipo. Scrive Karl Jaspers: “L’animale non può che ripetere quel che già era, e non può andar oltre. L’uomo invece non può, per sua essenza, esser così come si trova ad essere. Può finire in vicoli ciechi, soggiacere a degenerazioni, pervertimenti, alienazioni, ma non può fare a meno di desituarsi perché il suo essere è esistenza possibile. A differenza dell’animale che si ripete nella compiutezza della sua situazione, l’uomo, pur essendo consegnato al suo esserci (situazione), vuole andare al di là di se stesso (desituarsi). Non si appaga se, chiuso in sé, in pace, null’altro deve essere che il quotidiano ritorno all’esserci. Non si riconoscerebbe più autenticamente se volesse esser uomo soltanto come si trova ad essere”. Regolare i propri istinti sulla base di un decalogo fornito da un’autorità moralmente superiore (quindi non revocabile in dubbio) è stato da sempre suggerito come mezzo sicuro per produrre l’assuefazione che attutisce dapprima ed elimina poi gli sfoghi e i comportamenti di cui sopra. La consuetudine all’ordine e agli ordini modifica gli uomini da esseri vitali in meramente esistenti. Apprendere a sublimare i propri istinti appiattisce la vita a livello di convivenza civile. La scienza suggerisce vie ben congegnate per giustificare questo appiattimento.
La lettura di questo libro è una guida per uscire da questo vicolo cieco.
I cantastorie della tecnologia
John M. Staudenmaier, s.j.pp. 174 – Jaca Book – Milano 1988
Prezzo di copertina € 10,40
Nostro prezzo € 5,20
Il mito del progresso fornisce una interpretazione occidentalizzata della tecnologia a cui non c’è modo, se non indiretto, di opporre altre interpretazioni, e quindi altri modelli di utilizzo. Questo libro parte da una semplice considerazione del genere per addentrarsi nel grande problema dell’influenza della tecnica sul destino dell’uomo.
Non sono solo questi ultimi anni a essere caratterizzati dalla evoluzione tecnologica. Questa c’è sempre stata. Dalla caverna ai computer esiste una sorta di linea continua di accorgimenti tecnologici adottati dall’uomo per produrre modificazioni nella realtà che lo circonda e per ottenere come da regolamento oggetti in grado di facilitare la sopravvivenza della specie umana. Riflettendo su questo fenomeno, gli illuministi conclusero per una sorta di progresso nella storia dell’uomo e facendo muro delegarono ai pensatori del secolo seguente, utopisti compresi, la fede in questo progresso e nella sua ineluttabilità. Ne deriva che l’accumulazione di mezzi tecnologici può considerarsi un fatto positivo, riflesso non secondario del processo accumulativo che si verifica nell’ambito della coscienza immediata. Lo scatto di una chiave. La produzione di oggetti è fatto tecnico, e la riflessione organizzata su questo fatto è la tecnologia. Lo sviluppo progressivo della società, conducendo al comunismo, o all’anarchia, secondo le diverse ipotesi, dovrebbe produrre un mondo tecnologico positivo, quindi senza risvolti dannosi, capace di garantire la libertà e la pace per tutti. Questa tesi non può essere accettata. Non c’è nessuno sviluppo progressivo garantito. Tutto deborda e smania in un inesauribile e continuo rigoglìo. Nessuna società liberata potrà costituirsi in maniera ineluttabile. Tutto esiste da sempre in continue combinazioni relazionali che si modificano e si trasformano senza interruzione, non è possibile quindi un superamento definitivo di questa condizione. L’unico fatto che posso constatare è un continuo oltrepassamento, quindi un andare avanti che non è progressivo più di quanto non lo sia un costante cambiamento della condizione precedente.
Mai come in questo libro il rapporto tra scienza e tecnica (questa come braccio armato della prima) è stato sviscerato fino in fondo. I risultati sono sorprendenti.
Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani
Michele Loporcaropp. 218 – Feltrinelli – Milano 2006
Prezzo di copertina € 14,00
Nostro prezzo € 7,00
- ESAURITO -
Analisi impietosa e senza mezzi termini riguardo la situazione dei mass media italiani. Poveri, privi di contenuti analitici, diretti a sostituire sempre più l’immagine al discorso serio ed approfondito, questi mezzi d’informazioni servono un potere stupido e sempre più incapace di fare qualcosa che non sia spettacolo e anestetizzazione dei problemi pubblici.
La semplificazione populistica in corso non è del tutto nuova, eppure mai come in questi ultimi dieci anni ha raggiunto livelli di piattezza e di squallore. Questo libro pone raffronti agghiaccianti con altri livelli informativi, per esempio quello tedesco o quello francese, facendo vedere come la strizzatina d’occhio del berlusconismo italiano è un abito mentale che stiamo indossando un po’ tutti. La stessa informazione di opposizione ne subisce l’influsso e si adegua per incapacità e piattezza di prospettive.
“Lo spettacolo che cancella i limiti dell’io e del mondo – aveva detto Debord – cancella parimenti i limiti del vero e del falso”. L’Italia dell’informazione, per come appare oggi, ha questa cancellazione in corso, lo spettacolo, a cui tutto viene ridotto, cancella il dato di fatto e quindi la stessa funzione democratica del sapere.
Il sottofondo attuale rivaluta questa tecnica, chiede che tutti si discuta, tutti, nessuno escluso, anche gli anarchici. Si è capito che l’ideale non nascondeva grandi pericoli, una volta calato nella rissosa fattività del quotidiano. Bastava disossarlo lentamente, lasciando che tutti lo riducessero a semplice fantasma. Il fantasma corrosivo della chiacchiera dilaga dappertutto. Non esistono più quegli incidenti che prima potevano mettere in difficoltà il meccanismo di organizzazione e controllo. L’avvenuta era del consenso permette il riciclaggio di qualsiasi incidente, purché quest’ultimo non rifiuti la condizione essenziale, quella di essere diffuso come avvenimento, come accadimento spettacolare, come notizia e quindi comunicazione. Il sottofondo ragionevole ha nientificato qualsiasi fondamento possibile, applicando il metodo della banalizzazione. Più un dato di fatto viene comunicato, più viene banalizzato, trasformato in semplice elemento della quotidianità. La comunicazione stacca il fatto dal suo significato, annullando l’idea che potrebbe fondarlo e quindi riproporlo in una sequenza di pericolosità insondabile. Ogni fatto appare incondizionato, privo di elementi caratterizzanti. La sua stessa corrispondenza interna con un sistema conoscitivo capace di renderlo intelligibile è retta da regole interpretative che hanno il compito di catalogare e basta, escludendo qualsiasi lavoro del pensiero. Il meramente esistente riempie in questo modo il mondo della quotidianità, si accumula nella ripetizione di fatti consueti che solo l’abitudine ci permette di cogliere, privi come sono di qualsiasi traccia propositiva. Nessuna critica, ripeto, può sondare questa profondità dell’assenza, salvo a rimettere tutto in gioco, non solo il fatto, ma tutto il meccanismo che lo produce e giustifica, divieti pattuiti compresi. Il sottofondo in cui viviamo è caratterizzato da questa produzione di fatti, da questa catalogazione uniformizzante.
Il falso e l'osceno
Alfredo M. Bonannopp. 340 – Ed. Anarchismo – Trieste 2007
Prezzo di copertina € 15,00
Nostro prezzo € 10,50
L’analisi politica ha connaturata al proprio svolgimento una irrimediabile piattezza. Gli elementi critici che la compongono sono legati a doppio filo alle condizioni di funzionamento del processo politico. Come tutti sanno quest’ultimo non funziona senza il reperimento del consenso e la realizzazione di tutte quelle modifiche indispensabili a renderlo possibile.
La funzione dell’imbroglio ideologico all’interno di questo processo è quella che una volta veniva assicurata dalla religione. L’uomo moderno prega di meno ma, secondo la geniale intuizione di Hegel, sopperisce a questa diminuzione leggendo il giornale.
Viene ammesso, in linea di massima, che oggi i destinatari del messaggio politico, quindi i soggetti passivi sollecitati al consenso, sono più informati se non più colti, e che quindi l’imbroglio deve essere più sofisticato o, almeno, più articolato. La cosa è dubbia. Se qualche decennio fa il fondo ideologico del consenso era orientato (a sinistra) verso l’internazionalismo proletario e (a destra) verso lo Stato etico, oggi i residui ideologici, diciamo spirituali, i grandi valori, si sono appiattiti sul vago processo di globalizzazione capitalista. Ciò ha comportato un livellamento dei mezzi culturali impiegati, raggiungendo miserie mai conosciute prima, nemmeno dalla destra che meno si differenziava dal manganello. Poche attenzioni culturali si riversano quindi nello sforzo di reperimento del consenso, e ciò produce un’ideologia spicciola che consente di dare aria alla gola di un qualsiasi burattino politico.
Stando così le cose alcuni ritengono che il ricorso alla provocazione potrebbe sortire qualche effetto interessante. Ma cos’è una provocazione? Un dire o un fare che rompa con la tranquillità e la buona educazione. Quindi qualcosa che contraddica la stupida loquacità con cui tutti i giorni reciprocamente ci addormentiamo inducendoci ad accettare un’esistenza che riteniamo inadeguata ai nostri presunti desideri di diversità. C’è da chiedersi se è possibile romperla con la stupidità. Domanda angosciante. Ognuno di noi custodisce quella sorta di idiotismo privato che considera fuori discussione, un serbatoio di opinioni costruite bene che aiutano a tirare avanti. Ma nessun funzionalismo ha mai salvato la vita a qualcuno. Ci accingiamo a morire con tutte le nostre benefiche supposizioni senza battere ciglio, pensandoci splendidamente equipaggiati per raccattare tutte le espressioni che collezioniamo come singoli istanti di una lunga malattia.
E questo libro costituisce, oggi più che mai, una provocazione.
L' eternità attraverso gli astri
Louis-Auguste Blanquipp. 100 – SE – Milano 2005
Prezzo di copertina € 16,00
Nostro prezzo € 11,20
Libro eccezionale, fuori norma, del tutto diverso da tutti gli altri scritti di questo rivoluzionario autoritario che ha dato vita ad un modello di controllo centralizzato a cui si sono ispirati Lenin e Stalin. Ma libro diverso, fantasioso, senza appesantimenti ideologici, libro che accenna alla tesi dell’eterno ritorno, del di già scritto e contemporaneamente vissuto in migliaia di volte nell’infinito mondo del presente, in tutti gli astri di cui è disseminato l’infinito spazio che ci circonda.
Libro allucinato e potente, forse, secondo Benjamin, più potente dello stesso Zarathustra, almeno per quanto riguarda l’ipotesi del ritorno eterno. Scrive Heidegger: “Per Nietzsche l’eterno ritorno del medesimo è senza dubbio una visione, ma anche un enigma. Non si lascia né dimostrare né rifiutare per via logica o empirica. Questo vale, in fondo, per ogni pensiero essenziale e per ogni pensatore, un pensiero è cosa vista, ma resta un enigma”. Per Blanqui, l’eterno ritorno è una realtà ed è tratteggiata in tutti i suoi particolari nelle sconvolgenti ultime pagine di questo piccolo grande libro.
Nella totalità l’esperienza è circolare. Questa si spezza al contatto con i limiti propri dell’individuo, delle cose, delle idee e, spezzandosi, produce la possibilità dell’azione. Ma il tempo partecipa di questa e di quella dimensione. Come una striscia di Möbius esso è, allo stesso modo, infinito e limitato.
Etologia della guerra
NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AMPLIATAIrenäus Eibl-Eibesfeldt
pp. 324 – Bollati Boringheri – Torino 1999
Prezzo di copertina € 25,80
Nostro prezzo € 12,90
- ESAURITO -
Straordinaria ricerca sulle cause dell’intolleranza umana che generano i conflitti bellici e sulle predisposizioni innate e suoi fattori culturali che li alimentano e li rendono possibili.
La guerra come aggressione distruttiva tra gruppi, condotta con l’uso di armi e pianificata strategicamente, è frutto evidente dell’evoluzione culturale. Le naturali predisposizioni alla pace nell’uomo non possono essere difese soltanto con affermazioni di principio. L’indignazione non serve.
Il conflitto appartiene anche ad una pulsione arcaica, ad una eredità comune dei vertebrati, ma le inclinazioni alla pace che nascono dai vincoli familiari, si sono culturalmente generalizzate mettendo l’uomo in grado di formare piccoli gruppi fondati sul legame personale. Ma questi gruppi, separandosi, dovevano rafforzarsi per sopravvivere. Non appena davano segni di debolezza venivano sopraffatti da altri gruppi. Poco è cambiato da questo preciso punto di vista.
A ciò si deve aggiungere l’aspirazione individuale al rango, al potere, che rende aggressivi, la propensione al dominio, alla vittoria che produce un aumento considerevole di testosterone. La secrezione ormonale è una ricompensa fisiologica che la riflessione culturale non può cancellare del tutto. Oggi queste aspirazioni sono problematiche e l’etologia li studia senza farsi molte illusioni.
Questo libro vuole essere un primo, importante, tentativo di gettare un ponte tra la biologia e la sociologia.
La lunga serie dei rilevamenti materialisti non conduce mai a una formulazione esaustiva di meccanicismo, anzi, la materia è talmente vivace e multiforme da rigettare qualsiasi condizionamento che ne annullerebbe la vitalità, riducendola alla prevedibilità dettata da un’anima dura, appunto meccanica, nascosta al suo interno. Ma Irenäus Eibl-Eibesfeldt non vuole questo. Lo stesso evoluzionismo, che per molti versi poteva costituire e ancora costituisce un simulacro di questa anima dura, si è andato esso stesso evolvendo verso uno spontaneo, e per molti aspetti imprevedibile, dileguarsi o accentuarsi della forza vitale. La ragione non può entrare nella materia, essa è un condizionamento preoccupato della coscienza immediata, una difesa contro il disordine, contro la passione della vita, insomma essa è tutto tranne che materia. Una interpretazione ragionevole della materia riduce quest’ultima a una caricatura. Il funzionamento normale della vita non può essere scassinato dalla ragione, deve essere accettato, è esso che entra dentro di me, non io che ne scopro i segreti e lo violo. Se riuscissi a capire come funziona la vita porterei dentro la mia comprensione i miei conflitti etici, ed è quello che si sta verificando con la biologia di questi ultimi anni.
Forse il contributo migliore di questo libro è di natura autocritica. Chiarisce come mai accaduto prima gli equivoci riguardanti l’illiceità di ogni risultato conseguito studiando gli animali direttamente al comportamento dell’uomo, e non è piccolo merito.
Non in nostro nome
Howard Zinnpp. 282 – il Saggiatore – Milano 2003
Prezzo di copertina € 15,00
Nostro prezzo € 7,50
Libro fondamentale. Documenta con puntuale e perfino maniacale esattezza l’elenco senza fine dei crimini che gli Stati Uniti hanno compiuto contro l’umanità. Vincitori, non sono mai stati portati sul banco degli accusati – che una Norimberga (aberrazione giuridica fra le tante) è pensabile solo per i vinti.
Che vale fare un elenco? Basta dire che da questa lettura non si esce indenni e che l’autore di questo libro è un americano, professore di storia alla Columbia University, ed è stato uno degli aviatori che durante la seconda guerra mondiale parteciparono ai bombardamenti a tappeto in Francia e in Germania anche contro obiettivi esclusivamente civili.
Oggi, che dopo la dichiarazione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, tanto si parla dell’uso della tortura durante l’amministrazione Bush (come se non fosse cosa normale sotto qualsiasi governo e sotto qualsiasi cielo – forse che in Italia non si tortura?), la lettura di questo libro è quasi indispensabile.
L’insegnamento che se ne trae, a parte il profondo disgusto che si prova per qualsiasi “guerra giusta” o qualsiasi “giusta repressione condotta in nome della democrazia per il bene del popolo”, è che non si può combattere per un ideale di giustizia che sia veramente tale ricorrendo alla guerra e all’uccisione di massa, alla tortura e alla morte per fame di milioni di bambini.
Per il momento quello che possediamo di più preciso nella direzione di una denuncia in questo senso è, fra altri pochi, proprio questo libro. Il futuro potrebbe fornirci altri strumenti, oppure altri paraocchi: a noi la scelta.
Edipo senza complesso
Jean-Pierre Vernantpp. 78 – Mimesis – Milano 1996
Prezzo di copertina € 7,23
Nostro prezzo € 3,60
Jean-Pierre Vernant, nato il 4 gennaio 1914 a Provins, studi secondari ai licei Carnot e Louis-le-Grand di Parigi e studi superiori alla Sorbona, aggregato nel 1937, nella Seconda Guerra Mondiale partecipa alla Resistenza come comandante delle Forces Françaises de l’Intérieur di Toulouse et Haute Garonne, ecc., è anche uno dei massimi studiosi del mito. Ma è uno dai massimi dissacratori dei luoghi comuni che sono stati costruiti a partire dai classici.
Nell’epica si sa che è il poeta a raccontare gli eventi, mentre nella tragedia si vuole farci credere che essi abbiano luogo sotto il nostro naso. È per questa ragione che Platone condanna il teatro, perché è menzogna, apparenza ingannevole. Ma, se la tragedia crea un piano di realtà che è appunto quello del fittizio, gli spettatori sanno che le vicende a cui il teatro dà vita e sostanza non esistono nella realtà. Questa consapevolezza è la coscienza del fittizio, la sua comparsa è un evento di notevolissima importanza. Non è facile determinare con certezza le vie del sapere, forse perché si intrecciano con le storie raccontate su di esse.
Riflettono, queste poche pagine, sul mito di Edipo come è stato trattato dalla psicoanalisi e il grande significato che il possesso della madre aveva per i Greci: ritorno alla terra che tutto genera, andare incontro alla morte ma anche conquistare il potere, gestirlo contro tutti i nemici. In fondo il lato pauroso di questo mito sta proprio qui: nella natura insondabile e spaventosa di ogni potere dell’uomo sull’uomo.
Pietro Aretino
Paul Larivaillepp. 556 – Salerno editrice – Roma 1997
Prezzo di copertina € 30,00
Nostro prezzo € 15,00
Nuova e straordinariamente ricca biografia dei “flagello dei principi”, così come ebbe a definire Pietro Aretino l’Ariosto.
Nessuno dei suoi precedenti biografi, e sono legione, era arrivato fino a questi risultati. Ne esce la figura di uno scrittore che fa della propria penna uno strumento per stupire il mondo, conscio com’era egli della propria bravura, ma anche un mezzo a buon mercato per guadagnarsi da vivere sfruttando la vanagloria e, a volte, la paura dei potenti.
In fondo lo stesso Ariosto, di fronte alle poche ottave della Marfisa, poema cavalleresco abbozzato dall’Aretino, ha quasi timore di avere di fronte un possibile concorrente e lo adula (?), oppure secondo un’altra versione ne denuncia l’abitudine a tartassare i potenti. Ma non c’è nulla di certo in questo grandioso e corteggiatissimo continuatore dell’anonimo Pasquino.
I Ragionamenti restano il capolavoro, remoto a volte, mai sufficientemente approfondito in verità, letto più per la sua gradevolezza e salace bravura erotica, che per i suoi contenuti di costume di critica sociale e anticlericale, ma le Lettere sono forse la testimonianza più viva e più importante di un’epoca e di un modo di concepire il mestiere di letterato che oggi, mutate le condizioni, non è poi cambiato nella sostanza. Non bisogna dimenticare che del soverchio ridere morì Margutte, non l’Aretino.
Occorre imparare l’arte di non castigare le parole, senza dimenticare l’amara nota di Valéry, che tutto finisce alla Sorbona.
Assemblee popolari e lotta politica nelle citta dell'impero romano
Ariel Lewin
pp. 138 – Giuntina – Firenze 1995
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20
-ESAURITO-
Quale la funzione pubblica delle elezioni nell’antico e nel tardo impero romano? Lo scontro delle diverse opinioni è qui tratteggiato per tutto il lungo corso del suo svolgimento. Dalla iniziale condanna di una reale competizione, riducendosi l’opinione dominante negli storici più vecchi ad una mera conferma delle decisioni dei ricchi e dei potenti, alla scoperta (corroborata dagli ultimi reperti archeologici pompeiani) di un ruolo attivo vero e proprio delle masse, che venivano, di volta in volta, sollecitate attraverso propaganda e regali vari a votare per questo o quell’uomo politico dominante o aspirante al dominio.
Scrive Heidegger: “Descartes, il primo pensatore della metafisica moderna, pone la questione dell’usus rectus rationis, cioè della facultatis iudicandi, vale a dire dell’uso retto della ragione, quindi della facoltà di giudicare. A questo punto già da lungo tempo l’essenza del dire e dell’asserire non è più il lógos greco, il fare apparire lo svelato. L’essenza del dire è il romano iudicium, ovvero il dire ciò che è retto, il cogliere il retto con sicurezza. La falsitas, ora, nel momento in cui tutto dipende dall’usus rectus rationis humanae, viene concepita come usus non rectus facultatis iudicandi. L’usus non rectus è l’error, l’errore, o meglio, l’errare e lo sbagliarsi vengono concepiti in base all’usus non rectus facultatis iudicandi. Il non vero è il falso nel senso dell’erroneo, cioè dell’uso non retto della ragione”. E i depositari della verità, in un modo o nell’altro, cioè o nella maggiore capacità delle masse di dire la loro, o nella logica della completa subordinazione, restano sempre i dominatori.
pp. 138 – Giuntina – Firenze 1995
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20
-ESAURITO-
Quale la funzione pubblica delle elezioni nell’antico e nel tardo impero romano? Lo scontro delle diverse opinioni è qui tratteggiato per tutto il lungo corso del suo svolgimento. Dalla iniziale condanna di una reale competizione, riducendosi l’opinione dominante negli storici più vecchi ad una mera conferma delle decisioni dei ricchi e dei potenti, alla scoperta (corroborata dagli ultimi reperti archeologici pompeiani) di un ruolo attivo vero e proprio delle masse, che venivano, di volta in volta, sollecitate attraverso propaganda e regali vari a votare per questo o quell’uomo politico dominante o aspirante al dominio.
Scrive Heidegger: “Descartes, il primo pensatore della metafisica moderna, pone la questione dell’usus rectus rationis, cioè della facultatis iudicandi, vale a dire dell’uso retto della ragione, quindi della facoltà di giudicare. A questo punto già da lungo tempo l’essenza del dire e dell’asserire non è più il lógos greco, il fare apparire lo svelato. L’essenza del dire è il romano iudicium, ovvero il dire ciò che è retto, il cogliere il retto con sicurezza. La falsitas, ora, nel momento in cui tutto dipende dall’usus rectus rationis humanae, viene concepita come usus non rectus facultatis iudicandi. L’usus non rectus è l’error, l’errore, o meglio, l’errare e lo sbagliarsi vengono concepiti in base all’usus non rectus facultatis iudicandi. Il non vero è il falso nel senso dell’erroneo, cioè dell’uso non retto della ragione”. E i depositari della verità, in un modo o nell’altro, cioè o nella maggiore capacità delle masse di dire la loro, o nella logica della completa subordinazione, restano sempre i dominatori.
Favole per i monti
Gianni RodariIllustrazioni di Maria Solo Macchia
pp. 46 - Editori Riuniti - Roma 2005
Prezzo di copertina € 7,90
Nostro prezzo € 3,95
Brevi favole raccontate sui monti. Brevi favole uscite dalla fantasia di Gianni Rodari, uno dei più grandi narratori per bambini. L’amicizia tra il cervo, la tartaruga e l’uccello. Mamma orsa che viveva nel cuore di una foresta sulle montagne limpide e fra i prati vellutati. La gara di paura tra le lepri e le pecore. L’avventura di Hänsel e Gretel all’interno della casa di pan di zucchero. L’uccellino dal becco d’oro. Gli uomini quando decisero di andare a caccia. Giovanni che non aveva mai detto una bugia e che tutti chiamavano verità, Giovanni Verità. La bocca piatta del luccio. Il come e il perché il gallo la fece all’orso. La principessa Dragone. Tutti i motivi per cui il fringuello è blu e il coyote è grigio. Il giorno che la volpe e il lupo andarono a prendere pesci. Il gigante Stompe Pilt, bravo pastore. L’alleanza tra il gatto ardito e il montone coraggioso.
Favole che narrano la bontà e la cattiveria di uomini e animali, come si intrecciano e come lottano insieme perché la prima prevalga sulla seconda. Favole che sono una fetta di mondo, un riflesso della natura umana e anche una considerazione non frivola ma profonda sulla miseria e sul modo di venirne a capo, di sconfiggere le proprie debolezze ma anche quelle che la sorte mette davanti a tutti, a volte imparzialmente.
Ebrei in Germania fra assimilazione e antisemitismo
pp. 274 – Giuntina – Firenze 1991
Prezzo di copertina € 15,60
Nostro prezzo € 7,80
Uno studio approfondito sulla psicologia degli ebrei tedeschi in Germania negli anni precedenti all’olocausto, posti di fronte al problema dell’assimilazione in una società di cui si sentivano parte attiva ma di cui avvertivano una estraneità radicale.
L’alternativa era quella di essere considerati definitivamente “diversi”, quindi di essere dapprima emarginati e poi, ma questo non era ancora chiaro in dettaglio, distrutti fisicamente fino all’ultimo, oppure di abbandonare la propria identità religiosa e culturale, la propria vita del ghetto.
Ci fu questa tentata simbiosi ebraico-tedesca ed è chiara prima di tutto nel culto della virilità perseguito parallelamente dall’ebraismo tedesco e dalle nascenti forze nazionalsocialiste. In fondo è l’idea greca che rivive attraverso la costruzione del nuovo modello tedesco di giovane forte e pronto ad affrontare le sfide del futuro.
Un’attitudine in fondo infantile, a volte affascinante, altre volte irritante, in genere indicazione di non sapere affrontare la vita, di essere preoccupati per la perdita del proprio possesso, una sorta di schiavitù sensuale del piacere accompagnata dalla incapacità di una vera soddisfazione. L’esercizio muscolare bruto si accompagna ad aspetti disseccati propri dell’egocentrismo, anche la miseria e la paura, aspetti che sembrerebbero lontani e contraddittori.
Ogni genere di assimilazione o di integrazione avviene solo perché si crede in ideali comuni, come apparirà chiaro in seguito, in tutta la storia moderna dello Stato israeliano.
Dizionario Oxford della letteratura francese
Joyce M. H. ReidEdizione italiana a cura di Luciano Poggi
pp. 478 – Gremese – Roma 1993
Prezzo di copertina € 20,00
Nostro prezzo € 10,00
Non un semplice, e sia pure minuzioso catalogo di autori e di voci, questo Dizionario, uscito per la prima volta nel 1959 e successivamente aggiornato in molte occasioni, è ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che si interessano a alla grande letteratura della nostra sorella latina.
Scrive Hans Georg Gadamer: “È vero, e tutti lo ammettono, che i modi di dire altrui possono avere in sé un numero assolutamente aperto di sensi differenti in contrasto con le concordanze, relativamente perfette, presentate dalle parole del dizionario, in concreto, tuttavia, allorché ascoltiamo qualcuno o leggiamo un testo, partendo dalla situazione in cui ci troviamo, noi operiamo una discriminazione tra i differenti sensi possibili, cioè che noi consideriamo possibili, e respingiamo il testo che ci sembra assurdo di primo acchito. Per questo, malgrado le forti presunzioni di validità collegate alla lettera, noi diamo la parola alla nostra tendenza naturale a sacrificare, qualificandolo come impossibile, tutto quanto non riusciamo a integrare nel nostro sistema di anticipazioni. Tuttavia, l’intenzione autentica della comprensione è la seguente, leggendo un testo, volendo comprenderlo, noi ci attendiamo sempre che esso ci insegni qualche cosa”.
Dizionario Oxford della letteratura americana
James D. HardtEdizione italiana a cura di Andrea Mariani
pp. 464 – Gremese – Roma 1993
Prezzo di copertina € 20,00
Nostro prezzo € 10,00
Il più diffuso Dizionario di letteratura americana, di facile consultazione, aggiornato e esaustivo sia riguardo gli autori citati che riguardo le principali opere di una letteratura che molti affermano di conoscere, e di frequentare, e pochi conoscono bene.
Aggiornato e migliorato decine di volte, dal 1941 al 1992, questo dizionario, nella sua edizione attuale, qui recensita, presenta un accrescimento di 240 autori e 115 voci non presenti nella precedente edizione.
Scrive Schopenhauer: “Condizione indispensabile per la comprensione della poesia come della storia, è l’esperienza personale, perché è quasi il dizionario della lingua che entrambe parlano”.
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