Disegno di Ugo Pierri
Azzurro cielo
František HrubínTavole a colori di Josef Čapek
pp. 16 - Poldi Libri - Porto Valtravaglia 2008
Prezzo di copertina € 12,00
Nostro prezzo € 10,20
Azzurro cielo raccoglie poesie e immagini che nascono dalla meraviglia di due paternità: prima il poeta e pittore Josef Čapek, che per la propria figlia realizza un ciclo di tavole tutto dedicato all’infanzia; poi il poeta František Hrubín che da poco padre compone su quindici di quelle tavole altrettanti quadri poetici: la voce che mancava. Le stagioni, i colori, l’azzurro del cielo e l’azzurro riflesso sulla terra ne sono il filo conduttore.
Nient’altro si può aggiungere se non un invito alla meraviglia!
Un vero leone
Matteo Gubellinipp. 32 – Bohem Press – Trieste 2009
Prezzo di copertina € 14,00
Nostro prezzo € 11,90
In primavera arriva il circo. Arriva con i suoi pagliacci, gli acrobati e gli animali feroci. Arriva anche Martino, il leone. Ma Martino non è un leone feroce: non sa saltare nei cerchi infuocati, né ruggire e spaventare il pubblico. Per questo, Martino viene cacciato dal circo. Ad aspettarlo fuori, ci sono i bambini che lo deridono, ma c’è anche Arianna, una bambina un po’ speciale e molto coraggiosa. Ha visto il disagio di Martino e ha deciso di aiutarlo. Regala, perciò, a Martino il “nasino rosso” da pagliaccio. Truccato da pagliaccio, Martino si sente finalmente
un “vero leone”.
Una bellissima favola sul coraggio di essere se stessi.
La Costituzione
Gianni Ferrarapp. 266 – Feltrinelli – Milano 2006
Prezzo di copertina € 17,00
Nostro prezzo € 8,50
- ESAURITO -
Libro fondamentale, oggi, in un clima politico e culturale che cerca in tutti modi – nel dibattito parlamentare e nelle piazze – di proporre (e imporre) un nuovo regime. Un libro fondamentale perché fa vedere come il baluardo legale contro le nuove (e vecchie) e intenzioni dirigiste e autoritarie, rimane sempre la carta costituzionale.
In fondo uno Stato, governato nel modo più liberale possibile, è sempre attirato verso le scorciatoie autoritarie, e ciò è nella naturale logica delle cose umane e delle vicende politiche, per il semplice motivo che chi governa, spesso, si rende conto che rispettare le opinioni diverse è un grande problema e potrebbe, se non altro nell’immediato, costituire un ostacolo alla realizzazione dei propri progetti di gestione e allo stesso mantenimento del potere.
Il costituzionalismo è quindi il rifiuto della visione personale del potere, e oggi questa visione torna a cercare di imporsi, sia pure attraverso forme nuove, striscianti e non certo riproducendo modelli di un passato autoritario.
“Sino a oggi – scrive Nietzsche – si è meditato in modo pessimo sul bene e sul male, è sempre stata una questione troppo pericolosa. La coscienza, la buona fama, l’inferno, in certe circostanze perfino la polizia non hanno permesso e non permettono alcuna disinvoltura, in presenza della morale appunto, come al cospetto di ogni autorità, non si deve pensare e tanto meno parlare, qui si ubbidisce! Da che mondo è mondo, nessuna autorità ha voluto lasciarsi prendere a oggetto di critica, e criticare addirittura la morale, considerare la morale come un problema, come problematico, ma come? non era questo, non è questo, immorale? Ma la morale non dispone soltanto di ogni genere di mezzi per incutere spavento e tenere a distanza mani critiche e strumenti di tortura, la sua sicurezza sta ancora più in una certa arte dell’incantesimo, di cui bene s’intende, essa sa entusiasmare. Riesce, spesso con un unico sguardo, a paralizzare la volontà critica, ad attirarla perfino dalla sua parte, anzi vi sono casi in cui è capace di rivolgerla contro se stessa, tanto che la volontà critica, come lo scorpione, infila il pungiglione nel suo proprio corpo”.
Due nazioni. Nera e bianca: separate, ostili, ineguali
Andrew Hackerpp. 356 – Anabasi – Milano 1993
Prezzo di copertina € 24,79
Nostro prezzo € 12,40
Un libro che fa vedere come di fatto funziona il razzismo americano, valido anche oggi, nell’epoca di Obama.
In fondo i meccanismi che questo lavoro mette in evidenza non sono molto cambiati in questi ultimi quindici anni. Ma per rendere conto di questa condizione difficilmente oltrepassabile occorre avere lo sguardo libero, capace di cogliere le ragioni dei neri ma anche quelle dei bianchi. Il razzismo lo si può condannare, spesso a parole, ma non basta: occorre conoscerlo per poterlo controbattere e, alla fine, battere.
Alcune teorie razziste sono penosamente ingenue. Causano però sofferenze, o partecipano a causarle, per cui cancellano ogni riflesso di tolleranza nel concetto di ingenuità. Ciò non toglie che molte teorie, apparentemente lontane dal razzismo, sono più sofisticate e meno ingenue causando un pari carico di sofferenze e disgrazie. Diffondere le condizioni intuitive che si avvertono non è possibile con la parola.
Il genocidio, lo stupro di massa, la schiavitù, lo sfruttamento, il razzismo, ecc., sono aspetti dell’esistenza umana che sono stati sempre verniciati di aspetto scientifico, e l’aver cercato di dimostrare il contrario (uno scienziato non può essere razzista o credente?) non ha fatto altro che riconfermare l’ampia disponibilità scientifica al massacro indiscriminato (tecnologia militare docet). La tante lamentele sui pericoli di un libero sfogo dei capricci e degli impulsi momentanei hanno dato il loro piccolo contributo alla costruzione dei lager di ogni tipo. Scrive Karl Jaspers: “L’animale non può che ripetere quel che già era, e non può andar oltre. L’uomo invece non può, per sua essenza, esser così come si trova ad essere. Può finire in vicoli ciechi, soggiacere a degenerazioni, pervertimenti, alienazioni, ma non può fare a meno di desituarsi perché il suo essere è esistenza possibile. A differenza dell’animale che si ripete nella compiutezza della sua situazione, l’uomo, pur essendo consegnato al suo esserci (situazione), vuole andare al di là di se stesso (desituarsi). Non si appaga se, chiuso in sé, in pace, null’altro deve essere che il quotidiano ritorno all’esserci. Non si riconoscerebbe più autenticamente se volesse esser uomo soltanto come si trova ad essere”. Regolare i propri istinti sulla base di un decalogo fornito da un’autorità moralmente superiore (quindi non revocabile in dubbio) è stato da sempre suggerito come mezzo sicuro per produrre l’assuefazione che attutisce dapprima ed elimina poi gli sfoghi e i comportamenti di cui sopra. La consuetudine all’ordine e agli ordini modifica gli uomini da esseri vitali in meramente esistenti. Apprendere a sublimare i propri istinti appiattisce la vita a livello di convivenza civile. La scienza suggerisce vie ben congegnate per giustificare questo appiattimento.
La lettura di questo libro è una guida per uscire da questo vicolo cieco.
I cantastorie della tecnologia
John M. Staudenmaier, s.j.pp. 174 – Jaca Book – Milano 1988
Prezzo di copertina € 10,40
Nostro prezzo € 5,20
Il mito del progresso fornisce una interpretazione occidentalizzata della tecnologia a cui non c’è modo, se non indiretto, di opporre altre interpretazioni, e quindi altri modelli di utilizzo. Questo libro parte da una semplice considerazione del genere per addentrarsi nel grande problema dell’influenza della tecnica sul destino dell’uomo.
Non sono solo questi ultimi anni a essere caratterizzati dalla evoluzione tecnologica. Questa c’è sempre stata. Dalla caverna ai computer esiste una sorta di linea continua di accorgimenti tecnologici adottati dall’uomo per produrre modificazioni nella realtà che lo circonda e per ottenere come da regolamento oggetti in grado di facilitare la sopravvivenza della specie umana. Riflettendo su questo fenomeno, gli illuministi conclusero per una sorta di progresso nella storia dell’uomo e facendo muro delegarono ai pensatori del secolo seguente, utopisti compresi, la fede in questo progresso e nella sua ineluttabilità. Ne deriva che l’accumulazione di mezzi tecnologici può considerarsi un fatto positivo, riflesso non secondario del processo accumulativo che si verifica nell’ambito della coscienza immediata. Lo scatto di una chiave. La produzione di oggetti è fatto tecnico, e la riflessione organizzata su questo fatto è la tecnologia. Lo sviluppo progressivo della società, conducendo al comunismo, o all’anarchia, secondo le diverse ipotesi, dovrebbe produrre un mondo tecnologico positivo, quindi senza risvolti dannosi, capace di garantire la libertà e la pace per tutti. Questa tesi non può essere accettata. Non c’è nessuno sviluppo progressivo garantito. Tutto deborda e smania in un inesauribile e continuo rigoglìo. Nessuna società liberata potrà costituirsi in maniera ineluttabile. Tutto esiste da sempre in continue combinazioni relazionali che si modificano e si trasformano senza interruzione, non è possibile quindi un superamento definitivo di questa condizione. L’unico fatto che posso constatare è un continuo oltrepassamento, quindi un andare avanti che non è progressivo più di quanto non lo sia un costante cambiamento della condizione precedente.
Mai come in questo libro il rapporto tra scienza e tecnica (questa come braccio armato della prima) è stato sviscerato fino in fondo. I risultati sono sorprendenti.
Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani
Michele Loporcaropp. 218 – Feltrinelli – Milano 2006
Prezzo di copertina € 14,00
Nostro prezzo € 7,00
- ESAURITO -
Analisi impietosa e senza mezzi termini riguardo la situazione dei mass media italiani. Poveri, privi di contenuti analitici, diretti a sostituire sempre più l’immagine al discorso serio ed approfondito, questi mezzi d’informazioni servono un potere stupido e sempre più incapace di fare qualcosa che non sia spettacolo e anestetizzazione dei problemi pubblici.
La semplificazione populistica in corso non è del tutto nuova, eppure mai come in questi ultimi dieci anni ha raggiunto livelli di piattezza e di squallore. Questo libro pone raffronti agghiaccianti con altri livelli informativi, per esempio quello tedesco o quello francese, facendo vedere come la strizzatina d’occhio del berlusconismo italiano è un abito mentale che stiamo indossando un po’ tutti. La stessa informazione di opposizione ne subisce l’influsso e si adegua per incapacità e piattezza di prospettive.
“Lo spettacolo che cancella i limiti dell’io e del mondo – aveva detto Debord – cancella parimenti i limiti del vero e del falso”. L’Italia dell’informazione, per come appare oggi, ha questa cancellazione in corso, lo spettacolo, a cui tutto viene ridotto, cancella il dato di fatto e quindi la stessa funzione democratica del sapere.
Il sottofondo attuale rivaluta questa tecnica, chiede che tutti si discuta, tutti, nessuno escluso, anche gli anarchici. Si è capito che l’ideale non nascondeva grandi pericoli, una volta calato nella rissosa fattività del quotidiano. Bastava disossarlo lentamente, lasciando che tutti lo riducessero a semplice fantasma. Il fantasma corrosivo della chiacchiera dilaga dappertutto. Non esistono più quegli incidenti che prima potevano mettere in difficoltà il meccanismo di organizzazione e controllo. L’avvenuta era del consenso permette il riciclaggio di qualsiasi incidente, purché quest’ultimo non rifiuti la condizione essenziale, quella di essere diffuso come avvenimento, come accadimento spettacolare, come notizia e quindi comunicazione. Il sottofondo ragionevole ha nientificato qualsiasi fondamento possibile, applicando il metodo della banalizzazione. Più un dato di fatto viene comunicato, più viene banalizzato, trasformato in semplice elemento della quotidianità. La comunicazione stacca il fatto dal suo significato, annullando l’idea che potrebbe fondarlo e quindi riproporlo in una sequenza di pericolosità insondabile. Ogni fatto appare incondizionato, privo di elementi caratterizzanti. La sua stessa corrispondenza interna con un sistema conoscitivo capace di renderlo intelligibile è retta da regole interpretative che hanno il compito di catalogare e basta, escludendo qualsiasi lavoro del pensiero. Il meramente esistente riempie in questo modo il mondo della quotidianità, si accumula nella ripetizione di fatti consueti che solo l’abitudine ci permette di cogliere, privi come sono di qualsiasi traccia propositiva. Nessuna critica, ripeto, può sondare questa profondità dell’assenza, salvo a rimettere tutto in gioco, non solo il fatto, ma tutto il meccanismo che lo produce e giustifica, divieti pattuiti compresi. Il sottofondo in cui viviamo è caratterizzato da questa produzione di fatti, da questa catalogazione uniformizzante.
Il falso e l'osceno
Alfredo M. Bonannopp. 340 – Ed. Anarchismo – Trieste 2007
Prezzo di copertina € 15,00
Nostro prezzo € 10,50
L’analisi politica ha connaturata al proprio svolgimento una irrimediabile piattezza. Gli elementi critici che la compongono sono legati a doppio filo alle condizioni di funzionamento del processo politico. Come tutti sanno quest’ultimo non funziona senza il reperimento del consenso e la realizzazione di tutte quelle modifiche indispensabili a renderlo possibile.
La funzione dell’imbroglio ideologico all’interno di questo processo è quella che una volta veniva assicurata dalla religione. L’uomo moderno prega di meno ma, secondo la geniale intuizione di Hegel, sopperisce a questa diminuzione leggendo il giornale.
Viene ammesso, in linea di massima, che oggi i destinatari del messaggio politico, quindi i soggetti passivi sollecitati al consenso, sono più informati se non più colti, e che quindi l’imbroglio deve essere più sofisticato o, almeno, più articolato. La cosa è dubbia. Se qualche decennio fa il fondo ideologico del consenso era orientato (a sinistra) verso l’internazionalismo proletario e (a destra) verso lo Stato etico, oggi i residui ideologici, diciamo spirituali, i grandi valori, si sono appiattiti sul vago processo di globalizzazione capitalista. Ciò ha comportato un livellamento dei mezzi culturali impiegati, raggiungendo miserie mai conosciute prima, nemmeno dalla destra che meno si differenziava dal manganello. Poche attenzioni culturali si riversano quindi nello sforzo di reperimento del consenso, e ciò produce un’ideologia spicciola che consente di dare aria alla gola di un qualsiasi burattino politico.
Stando così le cose alcuni ritengono che il ricorso alla provocazione potrebbe sortire qualche effetto interessante. Ma cos’è una provocazione? Un dire o un fare che rompa con la tranquillità e la buona educazione. Quindi qualcosa che contraddica la stupida loquacità con cui tutti i giorni reciprocamente ci addormentiamo inducendoci ad accettare un’esistenza che riteniamo inadeguata ai nostri presunti desideri di diversità. C’è da chiedersi se è possibile romperla con la stupidità. Domanda angosciante. Ognuno di noi custodisce quella sorta di idiotismo privato che considera fuori discussione, un serbatoio di opinioni costruite bene che aiutano a tirare avanti. Ma nessun funzionalismo ha mai salvato la vita a qualcuno. Ci accingiamo a morire con tutte le nostre benefiche supposizioni senza battere ciglio, pensandoci splendidamente equipaggiati per raccattare tutte le espressioni che collezioniamo come singoli istanti di una lunga malattia.
E questo libro costituisce, oggi più che mai, una provocazione.
L' eternità attraverso gli astri
Louis-Auguste Blanquipp. 100 – SE – Milano 2005
Prezzo di copertina € 16,00
Nostro prezzo € 11,20
Libro eccezionale, fuori norma, del tutto diverso da tutti gli altri scritti di questo rivoluzionario autoritario che ha dato vita ad un modello di controllo centralizzato a cui si sono ispirati Lenin e Stalin. Ma libro diverso, fantasioso, senza appesantimenti ideologici, libro che accenna alla tesi dell’eterno ritorno, del di già scritto e contemporaneamente vissuto in migliaia di volte nell’infinito mondo del presente, in tutti gli astri di cui è disseminato l’infinito spazio che ci circonda.
Libro allucinato e potente, forse, secondo Benjamin, più potente dello stesso Zarathustra, almeno per quanto riguarda l’ipotesi del ritorno eterno. Scrive Heidegger: “Per Nietzsche l’eterno ritorno del medesimo è senza dubbio una visione, ma anche un enigma. Non si lascia né dimostrare né rifiutare per via logica o empirica. Questo vale, in fondo, per ogni pensiero essenziale e per ogni pensatore, un pensiero è cosa vista, ma resta un enigma”. Per Blanqui, l’eterno ritorno è una realtà ed è tratteggiata in tutti i suoi particolari nelle sconvolgenti ultime pagine di questo piccolo grande libro.
Nella totalità l’esperienza è circolare. Questa si spezza al contatto con i limiti propri dell’individuo, delle cose, delle idee e, spezzandosi, produce la possibilità dell’azione. Ma il tempo partecipa di questa e di quella dimensione. Come una striscia di Möbius esso è, allo stesso modo, infinito e limitato.
Etologia della guerra
NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AMPLIATAIrenäus Eibl-Eibesfeldt
pp. 324 – Bollati Boringheri – Torino 1999
Prezzo di copertina € 25,80
Nostro prezzo € 12,90
Straordinaria ricerca sulle cause dell’intolleranza umana che generano i conflitti bellici e sulle predisposizioni innate e suoi fattori culturali che li alimentano e li rendono possibili.
La guerra come aggressione distruttiva tra gruppi, condotta con l’uso di armi e pianificata strategicamente, è frutto evidente dell’evoluzione culturale. Le naturali predisposizioni alla pace nell’uomo non possono essere difese soltanto con affermazioni di principio. L’indignazione non serve.
Il conflitto appartiene anche ad una pulsione arcaica, ad una eredità comune dei vertebrati, ma le inclinazioni alla pace che nascono dai vincoli familiari, si sono culturalmente generalizzate mettendo l’uomo in grado di formare piccoli gruppi fondati sul legame personale. Ma questi gruppi, separandosi, dovevano rafforzarsi per sopravvivere. Non appena davano segni di debolezza venivano sopraffatti da altri gruppi. Poco è cambiato da questo preciso punto di vista.
A ciò si deve aggiungere l’aspirazione individuale al rango, al potere, che rende aggressivi, la propensione al dominio, alla vittoria che produce un aumento considerevole di testosterone. La secrezione ormonale è una ricompensa fisiologica che la riflessione culturale non può cancellare del tutto. Oggi queste aspirazioni sono problematiche e l’etologia li studia senza farsi molte illusioni.
Questo libro vuole essere un primo, importante, tentativo di gettare un ponte tra la biologia e la sociologia.
La lunga serie dei rilevamenti materialisti non conduce mai a una formulazione esaustiva di meccanicismo, anzi, la materia è talmente vivace e multiforme da rigettare qualsiasi condizionamento che ne annullerebbe la vitalità, riducendola alla prevedibilità dettata da un’anima dura, appunto meccanica, nascosta al suo interno. Ma Irenäus Eibl-Eibesfeldt non vuole questo. Lo stesso evoluzionismo, che per molti versi poteva costituire e ancora costituisce un simulacro di questa anima dura, si è andato esso stesso evolvendo verso uno spontaneo, e per molti aspetti imprevedibile, dileguarsi o accentuarsi della forza vitale. La ragione non può entrare nella materia, essa è un condizionamento preoccupato della coscienza immediata, una difesa contro il disordine, contro la passione della vita, insomma essa è tutto tranne che materia. Una interpretazione ragionevole della materia riduce quest’ultima a una caricatura. Il funzionamento normale della vita non può essere scassinato dalla ragione, deve essere accettato, è esso che entra dentro di me, non io che ne scopro i segreti e lo violo. Se riuscissi a capire come funziona la vita porterei dentro la mia comprensione i miei conflitti etici, ed è quello che si sta verificando con la biologia di questi ultimi anni.
Forse il contributo migliore di questo libro è di natura autocritica. Chiarisce come mai accaduto prima gli equivoci riguardanti l’illiceità di ogni risultato conseguito studiando gli animali direttamente al comportamento dell’uomo, e non è piccolo merito.
Non in nostro nome
Howard Zinnpp. 282 – il Saggiatore – Milano 2003
Prezzo di copertina € 15,00
Nostro prezzo € 7,50
Libro fondamentale. Documenta con puntuale e perfino maniacale esattezza l’elenco senza fine dei crimini che gli Stati Uniti hanno compiuto contro l’umanità. Vincitori, non sono mai stati portati sul banco degli accusati – che una Norimberga (aberrazione giuridica fra le tante) è pensabile solo per i vinti.
Che vale fare un elenco? Basta dire che da questa lettura non si esce indenni e che l’autore di questo libro è un americano, professore di storia alla Columbia University, ed è stato uno degli aviatori che durante la seconda guerra mondiale parteciparono ai bombardamenti a tappeto in Francia e in Germania anche contro obiettivi esclusivamente civili.
Oggi, che dopo la dichiarazione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, tanto si parla dell’uso della tortura durante l’amministrazione Bush (come se non fosse cosa normale sotto qualsiasi governo e sotto qualsiasi cielo – forse che in Italia non si tortura?), la lettura di questo libro è quasi indispensabile.
L’insegnamento che se ne trae, a parte il profondo disgusto che si prova per qualsiasi “guerra giusta” o qualsiasi “giusta repressione condotta in nome della democrazia per il bene del popolo”, è che non si può combattere per un ideale di giustizia che sia veramente tale ricorrendo alla guerra e all’uccisione di massa, alla tortura e alla morte per fame di milioni di bambini.
Per il momento quello che possediamo di più preciso nella direzione di una denuncia in questo senso è, fra altri pochi, proprio questo libro. Il futuro potrebbe fornirci altri strumenti, oppure altri paraocchi: a noi la scelta.
Edipo senza complesso
Jean-Pierre Vernantpp. 78 – Mimesis – Milano 1996
Prezzo di copertina € 7,23
Nostro prezzo € 3,60
Jean-Pierre Vernant, nato il 4 gennaio 1914 a Provins, studi secondari ai licei Carnot e Louis-le-Grand di Parigi e studi superiori alla Sorbona, aggregato nel 1937, nella Seconda Guerra Mondiale partecipa alla Resistenza come comandante delle Forces Françaises de l’Intérieur di Toulouse et Haute Garonne, ecc., è anche uno dei massimi studiosi del mito. Ma è uno dai massimi dissacratori dei luoghi comuni che sono stati costruiti a partire dai classici.
Nell’epica si sa che è il poeta a raccontare gli eventi, mentre nella tragedia si vuole farci credere che essi abbiano luogo sotto il nostro naso. È per questa ragione che Platone condanna il teatro, perché è menzogna, apparenza ingannevole. Ma, se la tragedia crea un piano di realtà che è appunto quello del fittizio, gli spettatori sanno che le vicende a cui il teatro dà vita e sostanza non esistono nella realtà. Questa consapevolezza è la coscienza del fittizio, la sua comparsa è un evento di notevolissima importanza. Non è facile determinare con certezza le vie del sapere, forse perché si intrecciano con le storie raccontate su di esse.
Riflettono, queste poche pagine, sul mito di Edipo come è stato trattato dalla psicoanalisi e il grande significato che il possesso della madre aveva per i Greci: ritorno alla terra che tutto genera, andare incontro alla morte ma anche conquistare il potere, gestirlo contro tutti i nemici. In fondo il lato pauroso di questo mito sta proprio qui: nella natura insondabile e spaventosa di ogni potere dell’uomo sull’uomo.
Pietro Aretino
Paul Larivaillepp. 556 – Salerno editrice – Roma 1997
Prezzo di copertina € 30,00
Nostro prezzo € 15,00
Nuova e straordinariamente ricca biografia dei “flagello dei principi”, così come ebbe a definire Pietro Aretino l’Ariosto.
Nessuno dei suoi precedenti biografi, e sono legione, era arrivato fino a questi risultati. Ne esce la figura di uno scrittore che fa della propria penna uno strumento per stupire il mondo, conscio com’era egli della propria bravura, ma anche un mezzo a buon mercato per guadagnarsi da vivere sfruttando la vanagloria e, a volte, la paura dei potenti.
In fondo lo stesso Ariosto, di fronte alle poche ottave della Marfisa, poema cavalleresco abbozzato dall’Aretino, ha quasi timore di avere di fronte un possibile concorrente e lo adula (?), oppure secondo un’altra versione ne denuncia l’abitudine a tartassare i potenti. Ma non c’è nulla di certo in questo grandioso e corteggiatissimo continuatore dell’anonimo Pasquino.
I Ragionamenti restano il capolavoro, remoto a volte, mai sufficientemente approfondito in verità, letto più per la sua gradevolezza e salace bravura erotica, che per i suoi contenuti di costume di critica sociale e anticlericale, ma le Lettere sono forse la testimonianza più viva e più importante di un’epoca e di un modo di concepire il mestiere di letterato che oggi, mutate le condizioni, non è poi cambiato nella sostanza. Non bisogna dimenticare che del soverchio ridere morì Margutte, non l’Aretino.
Occorre imparare l’arte di non castigare le parole, senza dimenticare l’amara nota di Valéry, che tutto finisce alla Sorbona.
Assemblee popolari e lotta politica nelle citta dell'impero romano
Ariel Lewin
pp. 138 – Giuntina – Firenze 1995
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20
Quale la funzione pubblica delle elezioni nell’antico e nel tardo impero romano? Lo scontro delle diverse opinioni è qui tratteggiato per tutto il lungo corso del suo svolgimento. Dalla iniziale condanna di una reale competizione, riducendosi l’opinione dominante negli storici più vecchi ad una mera conferma delle decisioni dei ricchi e dei potenti, alla scoperta (corroborata dagli ultimi reperti archeologici pompeiani) di un ruolo attivo vero e proprio delle masse, che venivano, di volta in volta, sollecitate attraverso propaganda e regali vari a votare per questo o quell’uomo politico dominante o aspirante al dominio.
Scrive Heidegger: “Descartes, il primo pensatore della metafisica moderna, pone la questione dell’usus rectus rationis, cioè della facultatis iudicandi, vale a dire dell’uso retto della ragione, quindi della facoltà di giudicare. A questo punto già da lungo tempo l’essenza del dire e dell’asserire non è più il lógos greco, il fare apparire lo svelato. L’essenza del dire è il romano iudicium, ovvero il dire ciò che è retto, il cogliere il retto con sicurezza. La falsitas, ora, nel momento in cui tutto dipende dall’usus rectus rationis humanae, viene concepita come usus non rectus facultatis iudicandi. L’usus non rectus è l’error, l’errore, o meglio, l’errare e lo sbagliarsi vengono concepiti in base all’usus non rectus facultatis iudicandi. Il non vero è il falso nel senso dell’erroneo, cioè dell’uso non retto della ragione”. E i depositari della verità, in un modo o nell’altro, cioè o nella maggiore capacità delle masse di dire la loro, o nella logica della completa subordinazione, restano sempre i dominatori.
pp. 138 – Giuntina – Firenze 1995
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20
Quale la funzione pubblica delle elezioni nell’antico e nel tardo impero romano? Lo scontro delle diverse opinioni è qui tratteggiato per tutto il lungo corso del suo svolgimento. Dalla iniziale condanna di una reale competizione, riducendosi l’opinione dominante negli storici più vecchi ad una mera conferma delle decisioni dei ricchi e dei potenti, alla scoperta (corroborata dagli ultimi reperti archeologici pompeiani) di un ruolo attivo vero e proprio delle masse, che venivano, di volta in volta, sollecitate attraverso propaganda e regali vari a votare per questo o quell’uomo politico dominante o aspirante al dominio.
Scrive Heidegger: “Descartes, il primo pensatore della metafisica moderna, pone la questione dell’usus rectus rationis, cioè della facultatis iudicandi, vale a dire dell’uso retto della ragione, quindi della facoltà di giudicare. A questo punto già da lungo tempo l’essenza del dire e dell’asserire non è più il lógos greco, il fare apparire lo svelato. L’essenza del dire è il romano iudicium, ovvero il dire ciò che è retto, il cogliere il retto con sicurezza. La falsitas, ora, nel momento in cui tutto dipende dall’usus rectus rationis humanae, viene concepita come usus non rectus facultatis iudicandi. L’usus non rectus è l’error, l’errore, o meglio, l’errare e lo sbagliarsi vengono concepiti in base all’usus non rectus facultatis iudicandi. Il non vero è il falso nel senso dell’erroneo, cioè dell’uso non retto della ragione”. E i depositari della verità, in un modo o nell’altro, cioè o nella maggiore capacità delle masse di dire la loro, o nella logica della completa subordinazione, restano sempre i dominatori.
Favole per i monti
Gianni RodariIllustrazioni di Maria Solo Macchia
pp. 46 - Editori Riuniti - Roma 2005
Prezzo di copertina € 7,90
Nostro prezzo € 3,95
Brevi favole raccontate sui monti. Brevi favole uscite dalla fantasia di Gianni Rodari, uno dei più grandi narratori per bambini. L’amicizia tra il cervo, la tartaruga e l’uccello. Mamma orsa che viveva nel cuore di una foresta sulle montagne limpide e fra i prati vellutati. La gara di paura tra le lepri e le pecore. L’avventura di Hänsel e Gretel all’interno della casa di pan di zucchero. L’uccellino dal becco d’oro. Gli uomini quando decisero di andare a caccia. Giovanni che non aveva mai detto una bugia e che tutti chiamavano verità, Giovanni Verità. La bocca piatta del luccio. Il come e il perché il gallo la fece all’orso. La principessa Dragone. Tutti i motivi per cui il fringuello è blu e il coyote è grigio. Il giorno che la volpe e il lupo andarono a prendere pesci. Il gigante Stompe Pilt, bravo pastore. L’alleanza tra il gatto ardito e il montone coraggioso.
Favole che narrano la bontà e la cattiveria di uomini e animali, come si intrecciano e come lottano insieme perché la prima prevalga sulla seconda. Favole che sono una fetta di mondo, un riflesso della natura umana e anche una considerazione non frivola ma profonda sulla miseria e sul modo di venirne a capo, di sconfiggere le proprie debolezze ma anche quelle che la sorte mette davanti a tutti, a volte imparzialmente.
Ebrei in Germania fra assimilazione e antisemitismo
pp. 274 – Giuntina – Firenze 1991
Prezzo di copertina € 15,60
Nostro prezzo € 7,80
Uno studio approfondito sulla psicologia degli ebrei tedeschi in Germania negli anni precedenti all’olocausto, posti di fronte al problema dell’assimilazione in una società di cui si sentivano parte attiva ma di cui avvertivano una estraneità radicale.
L’alternativa era quella di essere considerati definitivamente “diversi”, quindi di essere dapprima emarginati e poi, ma questo non era ancora chiaro in dettaglio, distrutti fisicamente fino all’ultimo, oppure di abbandonare la propria identità religiosa e culturale, la propria vita del ghetto.
Ci fu questa tentata simbiosi ebraico-tedesca ed è chiara prima di tutto nel culto della virilità perseguito parallelamente dall’ebraismo tedesco e dalle nascenti forze nazionalsocialiste. In fondo è l’idea greca che rivive attraverso la costruzione del nuovo modello tedesco di giovane forte e pronto ad affrontare le sfide del futuro.
Un’attitudine in fondo infantile, a volte affascinante, altre volte irritante, in genere indicazione di non sapere affrontare la vita, di essere preoccupati per la perdita del proprio possesso, una sorta di schiavitù sensuale del piacere accompagnata dalla incapacità di una vera soddisfazione. L’esercizio muscolare bruto si accompagna ad aspetti disseccati propri dell’egocentrismo, anche la miseria e la paura, aspetti che sembrerebbero lontani e contraddittori.
Ogni genere di assimilazione o di integrazione avviene solo perché si crede in ideali comuni, come apparirà chiaro in seguito, in tutta la storia moderna dello Stato israeliano.
Dizionario Oxford della letteratura francese
Joyce M. H. ReidEdizione italiana a cura di Luciano Poggi
pp. 478 – Gremese – Roma 1993
Prezzo di copertina € 20,00
Nostro prezzo € 10,00
Non un semplice, e sia pure minuzioso catalogo di autori e di voci, questo Dizionario, uscito per la prima volta nel 1959 e successivamente aggiornato in molte occasioni, è ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che si interessano a alla grande letteratura della nostra sorella latina.
Scrive Hans Georg Gadamer: “È vero, e tutti lo ammettono, che i modi di dire altrui possono avere in sé un numero assolutamente aperto di sensi differenti in contrasto con le concordanze, relativamente perfette, presentate dalle parole del dizionario, in concreto, tuttavia, allorché ascoltiamo qualcuno o leggiamo un testo, partendo dalla situazione in cui ci troviamo, noi operiamo una discriminazione tra i differenti sensi possibili, cioè che noi consideriamo possibili, e respingiamo il testo che ci sembra assurdo di primo acchito. Per questo, malgrado le forti presunzioni di validità collegate alla lettera, noi diamo la parola alla nostra tendenza naturale a sacrificare, qualificandolo come impossibile, tutto quanto non riusciamo a integrare nel nostro sistema di anticipazioni. Tuttavia, l’intenzione autentica della comprensione è la seguente, leggendo un testo, volendo comprenderlo, noi ci attendiamo sempre che esso ci insegni qualche cosa”.
Dizionario Oxford della letteratura americana
James D. HardtEdizione italiana a cura di Andrea Mariani
pp. 464 – Gremese – Roma 1993
Prezzo di copertina € 20,00
Nostro prezzo € 10,00
Il più diffuso Dizionario di letteratura americana, di facile consultazione, aggiornato e esaustivo sia riguardo gli autori citati che riguardo le principali opere di una letteratura che molti affermano di conoscere, e di frequentare, e pochi conoscono bene.
Aggiornato e migliorato decine di volte, dal 1941 al 1992, questo dizionario, nella sua edizione attuale, qui recensita, presenta un accrescimento di 240 autori e 115 voci non presenti nella precedente edizione.
Scrive Schopenhauer: “Condizione indispensabile per la comprensione della poesia come della storia, è l’esperienza personale, perché è quasi il dizionario della lingua che entrambe parlano”.
Sull'educazione e altri scritti
William Godwinpp. 230 – La Nuova Italia – Firenze 1992
Prezzo di copertina € 20,00
Nostro prezzo € 10,00
Padre della pedagogia moderna perché padre del pensiero libertario moderno. Willian Godwin è scrittore di una linearità impressionante, senza mezzi termini. “La verità – egli scrive – ben difficilmente può essere raggiunta in aule affollate e in mezzo a chiassosi dibattiti”, mettendo così in guardi contro i grandi oratori della Rivoluzione francese che tanto affascinavano ai suoi tempi e che finivano, in questo modo, per preparare la ghigliottina.
Non che Godwin fosse un flemmatico inglese intellettuale e basta, anzi lottò tutta la vita contro le storture sociali dei suoi tempi, ma odiava i tribuni, di qualsiasi coloritura questi riuscissero ad agghindare i propri discorsi. Egli aveva una grande fede nell’individuo e nelle sue possibilità di sviluppare la ragione e la naturale benevolenza della specie, in modo da riuscire a vivere senza bisogno delle leggi e del governo.
Uno dei massimi pensatori dell’anarchismo.
Chi crede nel dogma lo fa per debolezza, non per fermezza. Solo chi è fermo sulle proprie gambe può guardare in faccia la possibile sconfitta, non ha necessità di garantirsi, come che sia, a priori, la vittoria. La persuasione, che dovrebbe essere una forma particolarmente dolce di prevalenza è certo convincimento intimo, pressione sulla coscienza. Chi la persegue finisce per strutturarsi comportamenti adeguati, finisce per dare l’esempio. È uno dei limiti più clamorosi della pedagogia libertaria, la quale scegliendo questa strada si trova esposta a tutti i rischi del tartufismo del discente. Godwin illustra bene questo limite. Il percorso è difficile, quindi pretesti per fuggire se ne trovano sempre. Uno, efficiente come mai, è quello di interessarsi agli altri uomini, allontanandosi dalla realtà comune a tutti, privilegiando un’immagine di superiorità che non può non risultare dogmatica. Può essere volontà di dominio, o semplice desiderio di realizzarsi attraverso il bene, ma sono comunque tecniche di fuga. Il desiderio di prevalere sugli altri, anche attraverso la bontà, la tolleranza, il servigio e l’assistenza, è sempre una prospettiva di conquista, perciò di paura.
Leone X. Giovanni de' Medici
Carlo Falconipp. 616 – Rusconi – Milano 1987
Prezzo di copertina € 24,00
Nostro prezzo € 12,00
Leone X non ha significato storico fuori del Rinascimento italiano. Questo libro parte da una simile ipotesi storica e la sviluppa fino in fondo. Ispiratore e mecenate di artisti come Raffaello e di stampatori come Manunzio, questo figlio di Lorenzo il Magnifico diventa monsignore a otto anni e cardinale a diciassette.
Tempi di una Chiesa che oggi sembra altra dalla immagine che pretende coagularsi nella politica e nella religiosità divulgata dal Vaticano, ma tempi che fanno parte della storia della Chiesa cattolica.
Contemporaneo di Lutero, di Erasmo, di Carlo V e di Francesco I, Leone contribuì a foggiare il suo tempo e venne dal suo tempo condizionato fino a far parlare di un ritorno dell’età d’oro: Firenze ateniese e Roma vivace sede di iniziative culturali, in un clima però generalizzato di miseria e terrore.
E così il pensiero, viaggiatore del fondo, riassorbendo lo stimolo naturalistico del Rinascimento, ridiventa centro esso stesso, ma col punto di forza, con la base ancora all’esterno, ancora in Dio. L’oggetto della filosofia nei tempi maturi si muove, alternativamente, dalla indagine con mezzi prevalentemente soggettivi a quella con mezzi oggettivi. Ora sono i sensi a perdere davanti al criterio della intuizione, ora è il contrario. Ora è l’uomo che torna a porsi al centro della realtà riassorbendo nella natura Dio, e essendo egli il centro e l’espressione più alta dell’evoluzione naturale. Di che parlerà allora la nuova filosofia? La materia doveva, in un modo o nell’altro, staccarsi dal soggetto e da Dio, doveva prodursi un mondo armonico in cui il destino fosse riconducibile alle profonde trasformazioni che si andavano producendo. La sabbia impara a ricoprire il volto dei ricordi. Superfici levigate, colori profondi, misure compositive. Dalla negazione mistica della materia, cioè dal più estremo soggettivismo, si arriva alla indicazione dei limiti dell’appropriazione, limiti che sono nella coscienza, la quale in base alle sue sole forze non può cogliere il mondo superiore ai suoi sensi semplicemente raccogliendo alcuni pezzi sparsi. Questa tesi, con cui si apre la strada ai grandi sistemi post-rinascimentali, sembra ridurre le possibilità dell’uomo, ma, in sostanza, comincia a circoscrivere le possibilità di Dio e della stessa natura.
Leone X viene a mancare improvvisamente, mentre diventava sempre più forte lo stimolo rinnovatore della Riforma.
Il campeggio di Duttogliano
Tullio Kezichpp. 138 – Sellerio editore – Palermo 2001
Prezzo di copertina € 7,75
Nostro prezzo € 3,85
Kezich, critico cinematografico del “Corriere della sera” scrive un racconto triestino al limite del ricordo autobiografico. Esperienze di balilla in un mondo di follie autoritarie, un mondo dominato dai simboli della virilità e della forza, un mondo fasullo destinato a opprimere e irrimediabilmente indirizzato alla rovina e alla catastrofe della guerra.
Il racconto di questo campeggio a Duttogliano, che ora si chiama Dutovlje e si trova in Slovenia, è godibile e istruttivo. Come in altri testi, più direttamente autobiografici, qui stesso contenuti, vi si vede una sorta di antifascismo strisciante, facente capo alle riunioni al Caffè San Marco, in via Battisti, luogo che anche oggi passa – immeritatamente – come centro culturale di questa città, Trieste, di stupefacenti contraddizioni tutte rigorosamente impacchettate in una mediocrità di provincia che aspira a diventare quello che non può mai essere stata: una città culturalmente significativa.
Lettura consigliata ai triestini e anche a coloro che pur vivendo in questa città non lo sono se non d’accatto, illudendosi, anche loro, di trovarsi al centro di un’Europa che è solo un sogno mistico o una banalità politica.
E la filosofia scopri l'America . L'incontro-scontro tra filosofia europea e culture precolombiane
[a cura di] Laureano Roblespp. 462 – Jaca Book – Milano 2003
Prezzo di copertina € 34,00
Nostro prezzo € 17,00
Quale era la situazione culturale e specificatamente filosofica in Europa prima della scoperta dell’America? Quali furono le conseguenze teoriche di questa scoperta? In altre parole, quali erano la cultura e la visione filosofica dei conquistatori spagnoli prima della conquista e quali divennero a seguito di questo evento grandioso? E, dalla parte dei conquistati, quali furono le conseguenze di questo afflusso di uomini sconosciuti e di idee del tutto diverse? Quali sono state le trasformazioni determinate da questo incontro-scontro?
Tali le domande che si pone questo volume che fa parte della “Enciclopedia Ibero-Americana de Filosofia”. Dalle risposte appare chiaro che l’idea delle reciproche conseguenze, e quindi lo studio degli influssi e delle modificazioni che si verificarono nei conquistati ma anche nei conquistatori, è un risultato relativamente moderno. Ci sono voluti quasi cinque secoli perché questa tesi riuscisse a farsi largo, sostituendo l’altra, la precedente, che vedeva l’accettazione da parte dei “selvaggi” della cultura “superiore” dei “civilizzati”.
L’azione violenta con cui si concretizzò il dilagare europeo nell’America precolombiana fu qualcosa di spaventoso, milioni di morti ne furono il primo risultato. Eppure, al di là di questo terribile tributo, vi fu un profondo influsso modificativo anche nella mentalità e nella cultura dei conquistatori. È ciò che studia, con larga messe di risultati, questo libro. Gli studi raccolti riguardano: il pensiero filosofico in Spagna al momento della conquista, la scienza europea prima del 1492, il pensiero náhuatl, il pensiero maya, il pensiero incarico, il pensiero rinascimentale in Spagna e in America, il processo di conquista dell’America, Francisco De Vitoria, Bartolomé De Las Casas, Bernardino de Sahagún, filosofi umanisti novoispani, le concezioni della storia, la visione provvidenzialista della storia, il pensiero logico.
In questi studi, tutti di ampio respiro e di esauriente documentazione, si vede come nasce il pensiero moderno, come si sviluppano i nuovi studi di antropologia, come si gettano le basi di un pensiero filosofico e politico aperto a tutto il mondo e non chiuso soltanto nell’ambito del vecchio continente.
La scoperta di un mondo assolutamente diverso portò a una visione logica diversa, a una costruzione che negava i risultati della filosofia greca. La “verità” non sarà mai più qualcosa di assoluto, ma accetterà di essere tale solo attraverso la verificazione e il confronto con l’assolutamente altro, con la novità impensabile, con la realtà sconosciuta e paurosamente da accostare con cautela ma anche con coraggio.
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